IL VERISMO

Giovanni Verga, Bambina alla finestra, 1911

1922 - 2022

IL VERISMO E I SUOI IDEALI

Nella seconda metà dell’800, il Verismo italiano, di cui le opere di Verga rappresentano il risultato più felice, all’attenzione per gli “umili” già presente nella letteratura romantica aggiunse, almeno negli intenti, il metodo positivista di analisi e indagine sociale.

Sulla scorta del naturalismo francese, gli autori veristi intendevano analizzare il “documento umano” con rigore scientifico, attraverso una narrazione “impersonale” che celasse la mano dell’autore e una lingua che ricalcasse quella dell’ambiente narrato, non necessariamente umile come dimostrato dal progetto del ciclo dei Vinti di Verga o dai Viceré di De Roberto.

L’esperienza verista in Italia si allontanò presto dal naturalismo francese, con l’eccezione di qualche pagina di Luigi Capuana che ne era stato promotore, ed ebbe in Giovanni Verga, Federico De Roberto e Matilde Serao, oltre che lo stesso Capuana, i suoi massimi esponenti.

Giovanni Verga, Bambine a Tébidi, 1900

VERGA VERISTA

Il primo passo di Verga verso il Verismo è tradizionalmente datato al 1874, di quell’anno è infatti la pubblicazione della novella Nedda, in cui non più il mondo borghese, ma la Sicilia rurale è rappresentata dall’autore. Tuttavia, il metodo verista è ancora lontano: la voce dell’autore è ben presente nella condanna al moralismo ipocrita e alle leggi di sfruttamento della società contemporanea.
Gli studi e le inchieste che andavano diffondendosi in quegli anni sulla questione meridionale sicuramente condizionarono lo scrittore nella scelta di rappresentare il mondo popolare, mentre l’influenza del naturalismo francese poneva la questione sul metodo, e dunque su come realizzare un’obiettiva rappresentazione artistica di un “documento umano”. Nelle novelle composte tra il 1878 e il 1880, poi raccolte in volume col titolo di Vita dei campi, troviamo un primo tentativo di attuare questo ideale artistico, espressamente dichiarato dall’autore in una lettera a Salvatore Farina (direttore della rivista che avrebbe pubblicato la novella L’amante di Gramigna appartenente alla raccolta): “la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d’origine”.

L'ORIGINALITÀ DI VERGA

Oltre all’adesione ai dettami del naturalismo, troviamo in queste novelle alcuni elementi assolutamente originali: la rinuncia alle tinte forti e alla drammatizzazione emotiva, così come la scelta di un linguaggio che fosse davvero rappresentativo del mondo narrato, attraverso un punto di vista interno alla vicenda, e dunque come se un narratore appartenente a quel mondo ne narrasse le vicende.
Il pessimismo profondo, che esprime nella sua opera, è l’altro elemento di originalità del Verga scrittore, che non condivide l’euforia dell’affermazione borghese e la fiducia nel progresso della società a lui contemporanea.

Dalle sue opere emerge la condanna per un sistema che non ha pietà per le sue vittime.

È il risultato del disincanto di Verga rispetto all’esperienza risorgimentale, di cui lucidamente intuì i limiti: moto guidato dalla borghesia per i propri interessi, indifferente rispetto alle condizioni drammatiche in cui versavano le classi più umili. Le plebi, del resto, troppo ignoranti e arretrate, avevano dimostrato di essere incapaci di salvarsi da sole, né si poteva confidare in uno Stato che si era dimostrato solo strumento di oppressione manovrato dalle classi più agiate. Non esiste speranza per i vinti perché non esiste una Provvidenza salvifica né l’aspettativa di un miglioramento sociale: la “fiumana del progresso” travolge tutti, non solo gli umili ma anche gli appartenenti alle classi più elevate come il Ciclo dei Vinti (che inizialmente doveva chiamarsi Marea) era inteso a dimostrare.

Nella società moderna, gli interessi economici sono il moderno fato a cui nessuno sfugge.

I VINTI NEI ROMANZI E NELLE NOVELLE

Pubblicato nel 1881, I Malavoglia è il primo di un ciclo di cinque romanzi, intitolato I vinti, che nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto rappresentare il tema del progresso dell’umanità, in un moto sociale ascendente dall’umile pescatore all’Uomo di lusso.

Verga accetta in astratto l’idea del progresso inevitabile, ma rifiuta la narrazione trionfalistica che ne dà la società borghese. Il pessimismo amaro dell’autore è evidente nella scelta di concentrare lo sguardo sulle vittime travolte dalla “fiumana del progresso”, come spiega nella prefazione all’opera:

“Solo l’osservatore travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.”

Il conflitto tra vecchio e nuovo, motivo dominante del romanzo, è espresso da padron ‘Ntoni e dal nipote, portatori di due diverse concezioni della vita: da un lato l’accettazione di ciò che si è e ciò che si è sempre stati, dall’altro l’inquietudine e il desiderio di migliorare la propria condizione.

Con Novelle rusticane, scritte tra il 1881 e il 1882 e pubblicate in volume nel 1883, l’autore conferma il proprio interesse nei confronti del mondo rurale, qui analizzato dal punto di vista delle leggi socio-economiche che lo regolano e che ad ogni livello, anche all’interno della famiglia, si impongono sui sentimenti. Nello stesso anno, viene pubblicata un’altra raccolta di novelle, Per le vie, in cui il metodo verista di Verga è applicato alla grande città: protagonisti sono infatti gli umili di Milano.

Del Mastro Don Gesualdo, secondo capitolo del ciclo dei Vinti, rimangono due edizioni, l’una pubblicata a puntate nel 1888 e una seconda, pubblicata in volume l’anno successivo e frutto di una profonda revisione della prima.

Nel romanzo, la grandezza epica di Gesualdo, dimostrata nei suoi sforzi incessanti per crearsi la roba e poi per guadagnarsi un posto in un mondo che non l’accetterà mai, si risolve infine in una più amara sconfitta, nella consapevolezza della vanità della sua lotta, del fallimento di una vita.

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